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Giorgio Parodi
05
Ago 2010

Giorgio Parodi

Figura eroica di pilota combattente nei due conflitti mondiali e nella guerra d’ Etiopia, ottenne cinque medaglie d’argento, la prima delle quali a 20 anni, e una di bronzo. Fondatore dell’Aero Club di Genova (allora RUNA) con il fratello Enrico e Giorgio Profumo, prima al Lido d’Albaro e quindi all’idroscalo di Sampierdarena ne fu capoistruttore e portò al brevetto allievi come Contigini (che diverrà istruttore nel periodo postbellico), Teglio, Carina Negrone.

Figlio di Emanuele Vittorio, armatore genovese, partì tre volte volontario per le due guerre mondiali e la guerra d’Etiopia. Alla fine della prima guerra mondiale, Parodi rientrò a Genova con tanta voglia di occuparsi delle navi paterne e delle motociclette della Guzzi, da lui fondata con Carlo Guzzi nel 1921. Si occupò anche dell’ Aero Club di cui divenne il campione numero uno e il capolista istruttore. Come pilota da competizione vinse il IV raduno internazionale del Littorio con un SAI 7 e con lo stesso velivolo conquistò nel 1939 il primato di velocità su circuito di cento chilometri, a 392 km/h di media.

La velocità in circuito, la virata a coltello attorno al pilone, piacevano a Parodi. Anche troppo. Fu infatti nel virare intorno al pilone, nel corso di una manifestazione aerea al Lido d’Albaro, che l’idrovolante di “Lattuga” il suo famoso soprannome) urtò contro un’asta e s’infilò in mare. Ferito gravemente, mezzo annegato, il pilota venne soccorso davanti al pubblico costernato che affollava corso Italia. Ma se la cavò. Nel 1935 “Lattuga” si tolse il baschetto inseparabile e lo sostituì con il berretto a visiera di tenente della Regia Aeronautica. Perché partiva volontario per la guerra d’Etiopia.

Tornò con una medaglia di bronzo, guadagnata attaccando a volo radente l’aeroporto di Addis Abeba il 6 aprile 1936. Si tolse ancora il baschetto e lo sostituì con il berretto di capitano pilota nel 1940. Volontario per la terza volta. Fu ferito ripetutamente in azioni di guerra, nell’ultima delle quali perse un occhio. Non poté volare più. A guerra finita tornò a Genova. C’era molto da fare: ricostruire le aziende; allevare i figli che avevano perduto la madre. Era coperto di cicatrici, come un gladiatore e aveva cinquantott’anni quel 18 agosto 1955, quando chiuse gli occhi nella sua bella casa di Sturla.

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