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Fioravante Sbragi
17
Set 2015

Fioravante Sbragi

Chiunque sia passato all’Aero Club di Genova, per poco tempo come per anni, ha lasciato segni indelebili tanto è forte il pathos del volo e la chimica psico fisica che lo detta. Ma soprattutto il nostro club è stato capace, nei decenni, di costituire un gruppo sempre amicale come accade molto raramente di incontrare nella vita. E poi ci sono gli…indimenticabili. Ne citiamo, come simbolo, quel giovane Fabio Repetto che ne è stato presidente, cui è dedicato il salone del club e che ricordiamo sempre e solo con il sorriso da uomo buono, quanto tenace e capace. Ma a lui vogliamo anche affiancare in maniera indelebile chi è stato un vanto per l’aviazione italiana: Fioravante Sbragi, aviatore e che fu presidente una trentina di anni fa, del club oggi guidato da Antonio Fazio. Lo vogliamo ricordare per sempre a chi lo ha conosciuto e farlo conoscere a chi, invece, ne ha soltanto sentito parlare.

Per questo motivo, mercoledì 30 settembre alle ore 18, apporremo una targa, intitolata al Comandante Fioravante Sbragi, alla sala di ingresso della sede dell’A.S.D. Aero Club di Genova.

Aviatore dalla capacità forse senza pari, nella targa abbiamo deciso di definirlo “Mito dell’Aviazione Italiana Past President e Amico dell’Aero Club di Genova”. Alla cerimonia sarà presente la nipote, autorità, soci e piloti. E nella targa lo abbiamo anche scritto come “Fiore”, diminutivo con il quale era chiamato in terra ed in cielo.

E si, perché il comandante “Fiore” è stato forse unico nella storia dell’aviazione. Lo ripetiamo. In simbiosi totale con l’aereo, pareva che questo oggetto volante facesse parte di lui stesso. E’ magari un po’ triste ma, per ricordarlo, partiamo da quando era un anziano pilota ultraottantenne e, a chi si apprestava a volare con lui, lamentava gli acciacchi dell’età, la camminata non più da…Berruti. Quando però saliva sulle ali degli aerei e si metteva alla cloche, ecco che aveva sempre vent’anni. Dal Tomahawk al Cheyenne, passando attraverso altri mille modelli dell’aviazione leggera, vederlo pilotare era un mito. Le regole per vincere la forza di gravità pare le avesse inventate lui e chi sedeva accanto a lui rifletteva sul fatto che era più complesso andare in bicicletta per chiunque che per Fioravante Sbragi pilotare un aereo.

Più che farne la biografia c’è da ricordarne episodi che hanno superato la fantasia aviatoria; incredibili se, almeno alcuni, non li avessi vissuti in prima persona. Da quando finì in acqua con l’aeroplano davanti a Genova, ad una lite epica con una controllora di Parigi nel suo inglese con evidente influsso toscano, perché lo aveva messo in coda ad uno di linea e terzo dopo persino un Concorde; non è che il comandante si fosse seccato per la procedura ma non aveva tollerato che la donna-radar avesse detto in frequenza “piccolo Piper” al suo Cheyenne. E resterà negli annali quando salvò i passeggeri di un Siai 205 dell’Aero Club di Genova il cui pilota era stato colto da malore con istruzioni via radio.

Il corso di pilotaggio più breve ed efficace del mondo nel quale venne coadiuvato dall’istruttore simbolo del club genovese, Claudio Sincich, che permise a quattro persone di avere salva la vita in quella che pareva una sicura condanna a morte. Vicenda incredibile che ha fatto il giro del pianeta. Era lui presidente quando mi affacciai al club, tanti anni fa che non ricordo, per iniziare a volare. Entrai che era a pranzo con altri piloti amici anche loro, adesso, nell’habitat naturale di chi vola che è il cielo. Mi accolse con un sorriso, compiacendosi che un giornalista volesse imparare a volare.

Parlammo a lungo e diventammo amici. Era sempre sorridente, persino quando ti raccontava di essersi arrabbiato magari poco prima sul lavoro, nella sua Cga per problemi. Grande imprenditore, scaltro, se uno gli stava simpatico e lo stimava avrebbe fatto qualunque cosa per lui. Ed a lui la vita appariva come il cielo: infinita. Negli ultimi anni della sua esistenza pensava infatti ad una nuova avventura: acquistare alcuni locali attigui al Colombo per farne uno scuola di volo modello. Ha vissuto più per aria che in terra e, pochi giorni prima di andarsene, mi pare fosse di venerdì, mi telefonò e, per la prima volta nella sua vita, dopo il consueto saluto che dava esclamando “fratello”, mi disse che non stava bene e si giustificò. “Di solito – esordì – si dice che va bene, ma ora io non posso dirlo perché sto male”.

Pochi giorni dopo la notizia, che mi arrivò per telefono. Quella dell’ultimo decollo, quello senza ritorno per chiunque. Con lui ho conseguito il brevetto allora di secondo grado, con volo esame da Levaldigi a Torino durante una piovosissima giornata che incorniciava l’Appennino Ligure tanto da non riuscire a passare oltre verso Nord. Ma c’era l’esaminatore che aspettava a Cuneo e che, proprio a Torino, avrebbe preso in serata un aereo di linea per tornare a Roma. Non c’era alternativa; “Fiore”, il “fratello” si mise accanto a me e mi fece arrivare oltre i monti insegnandomi malizie e trucchi che nessun volume di aeronautica riporta. E stette seduto dietro a me ed esaminatore durante il tragitto esame tutto piemontese e non facile con quel meteo. Osservò silenzio totale in quella rotta come legge impone, ma sentirne solo la presenza mi fu certamente utile.
Chi è eccezionale lo sa essere anche in silenzio.

Dino Frambati
Addetto stampa Aero Club Genova

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